E SE ABBASSASSIMO IL VOLUME DEL MONDO?

e se abbassassimo il rumore del mondo?

Negli ultimi anni ho iniziato a notare una curiosa ricorrenza linguistica.
Una parola, anzi due, che sembrano essersi guadagnate un posto fisso nel nostro immaginario quotidiano: “Allarme” e “Crisi”.

  • Allarme meteo
  • Crisi climatica
  • Allarme influenza
  • Crisi economica
  • Allarme giovani
  • Crisi dei valori

Se apriamo un sito di informazione, accendiamo la TV o scorriamo i titoli sui social, è difficile non imbattersi in un messaggio implicito molto chiaro: "attenzione, qualcosa sta per andare storto (o è già andato irrimediabilmente storto)".

L’ALLARME COME COLONNA SONORA DI FONDO

Molte delle questioni di cui si parla sono reali, complesse e meritevoli di attenzione.
Il punto non è negare i problemi, ma osservare come vengono raccontati.

Il linguaggio dell’allerta continua non informa soltanto: attiva.

  • Attiva il sistema nervoso
  • Attiva l’ansia
  • Attiva la vigilanza costante

Quando ogni notizia è “urgente”, quando tutto è “emergenza”, il nostro organismo non ha il tempo di tornare a uno stato di base. Restiamo così, giorno dopo giorno, in una sorta di pre-allarme cronico, come se stessimo sempre aspettando qualcosa che sta per accadere.

E vivere così stanca. Molto.

INTRATTENIMENTO: LE STORIE CHE SEGUIAMO, LE EMOZIONI CHE ALLENIAMO

Lo stesso clima si respira nell’intrattenimento.
Negli ultimi anni sembra esserci una predilezione quasi affezionata per:

  • mondi post-umani, scenari apocalittici
  • aggressività e violenza esplicita come norma
  • omicidi e brutalità inevitabili
  • volgarità elevata a cifra stilistica

Non tutte le serie, certo. Ma molte delle più promosse e discusse ruotano intorno a un messaggio di fondo piuttosto semplice: "l’essere umano è pericoloso, il mondo è ostile, fidarsi è da ingenui".

Anche qui: non è una critica morale. È un’osservazione psicologica.
A cosa ci alleniamo emotivamente, quando passiamo ore immersi in narrazioni che rinforzano costantemente paura, cinismo e sfiducia?

POLITICA: EMOZIONI FORTI E NEMICI UTILI

Un capitolo a parte merita il linguaggio politico contemporaneo.
Sempre più spesso assistiamo a comunicazioni costruite non per spiegare, ma per attivare emozioni primarie:

  • rabbia
  • paura
  • indignazione
  • senso di minaccia

E quasi sempre c’è un copione ricorrente: se qualcosa non funziona, deve esserci un nemico.
Lo straniero, l’élite, il diverso, “quelli lì”.

È una strategia antica, efficace e neurobiologicamente comprensibile: quando siamo spaventati, cerchiamo semplificazioni. E quando abbiamo un nemico chiaro, l’ansia sembra (illusoriamente) più gestibile.

CHE EFFETTO HA TUTTO QUESTO SU DI NOI?

La domanda interessante, a questo punto, non è tanto se questo clima esista, ma cosa produca quando diventa lo sfondo costante delle nostre giornate.

Perché la vera particolarità del nostro tempo è che dopo aver lavorato ore a vari livelli di tensione, cerchiamo ristoro in un cosidetto ‘tempo libero’ che viene però spesso riempito con contenuti che mantengono e/o peggiorano lo stesso livello di attivazione. 

Dopo una giornata intensa, molti di noi si concedono un meritato momento di relax.
E come ci rilassiamo?

  • Con una serie apocalittica
  • Con un talk show urlato
  • Con notizie dell’ultima ora che annunciano una nuova crisi
  • Con contenuti volutamente aggressivi, provocatori, polarizzanti

È un po’ come se spegnessimo l’auto lasciando però il motore su di giri.

Il corpo è sul divano, sì.
Ma il sistema nervoso è ancora in servizio.

Viviamo così in una sorta di iper-stimolazione ricreativa, dove il confine tra informazione, intrattenimento e attivazione emotiva si assottiglia fino quasi a scomparire. 

Il risultato non è una paura esplicita e dichiarata, ma una tensione di fondo, una vigilanza leggera ma persistente, come se il mondo richiedesse attenzione continua.

Il paradosso è sottile e per questo efficace:

  • cerchiamo distrazione e otteniamo allerta
  • cerchiamo svago e otteniamo agitazione
  • cerchiamo riposo e otteniamo un’altra forma di rumore

Nel lungo periodo, questo allenamento costante a emozioni forti — paura, rabbia, disgusto, indignazione — rischia di ridurre la nostra tolleranza alla quiete

Il silenzio annoia. La complessità stanca. Ciò che non attiva immediatamente qualcosa sembra “vuoto”.

  • E così l’allarme, da eccezione, diventa abituale.
  • La crisi, da evento, diventa cornice.
  • La tensione, da risposta adattiva, diventa stato di base.

Non perché qualcuno ce lo imponga deliberatamente, ma perché il mercato dell’attenzione premia ciò che attiva di più, non ciò che nutre meglio.

Forse allora il gesto più controcorrente oggi è accorgersi.

Accorgersi di come scegliamo di occupare il nostro tempo libero, di che tipo di emozioni stiamo consumando per “riposarci”, di quale clima interno stiamo normalizzando.

In un mondo che grida costantemente “attenzione!”, imparare a riconoscere quando possiamo abbassare il volume è un atto di igiene mentale.

E, forse, una forma di libertà silenziosa.

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Laura Cocito - PSICOLOGA  
Mindfulness Professional Trainer&Clinical Therapist 
ACT Therapist® 
Iscrizione Albo A Piemonte n.10414