CRONACHE DI UNA MENTE NEUROATIPICA_IL SUPERMERCATO


Cronache di una mente neuroatipica è una rubrica del mio blog che utilizza la narrazione come strumento psicoeducativo per descrivere
l’esperienza soggettiva del funzionamento neurodivergente in età adulta.

Attraverso scene di vita quotidiana da me inventate e ispirate dai resoconti dei miei pazienti, il racconto rende osservabili processi cognitivi, sensoriali ed emotivi spesso invisibili, con l’obiettivo di favorire comprensione, riconoscimento e consapevolezza, sia in chi si identifica come neuroatipico, sia in chi vive o lavora accanto a menti non standard.

Queste storie non vogliono essere rappresentative di tutte le persone neurodivergenti, ma una voce tra le molte possibili.

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Arrivo al supermercato con una lista in mano.

Una lista breve, chiara, razionale.

Due colonne, tre categorie, ordine di corsia già mentalmente mappato.

Un piano perfetto, sulla carta.

Poi si aprono le porte scorrevoli.

L’aria cambia temperatura.

La luce è più bianca del necessario, quasi aggressiva.

Il pavimento lucido riflette tutto: persone, carrelli, pensieri.

Il rumore di fondo è una somma di rotelle che stridono, bip delle casse automatiche, musica commerciale che il mio cervello registra come presenza non richiesta.

Il mio corpo è entrato. La mia mente inizia a difendersi.

Nel reparto frutta e verdura, gli odori sono forti, dolciastri, mescolati.

Il profumo delle arance, l’umido delle verdure nebulizzate, un vago sentore di terra.

Con i guanti monouso, la frutta diventa una questione di fede: scivola, si ribella alla presa e io mi ritrovo a negoziare con una mela come se avesse una sua volontà.

Il mio cervello prende nota di tutto, anche di ciò che non serve sapere.

Mi sposto.

Mi imbatto in un corner di assorbenti intimi.

Notte? Giorno? Ultra-sottile? Maxi-sicurezza? Ali sì, ali no?
Ogni confezione promette una protezione diversa da una scocciatura che, nella pratica, è sempre la stessa.

Resto ferma qualche secondo di troppo davanti allo scaffale.
Il mio cervello entra in modalità confronto comparativo su dati che non mi interessano neanche, ma che non riesce a ignorare.

Alla fine prendo “quelli di sempre”,
con la sensazione di aver superato un test che nessuno mi aveva chiesto di sostenere.

Due corsie più in là, il dentifricio.

Sbiancante, delicato, anti-tartaro, anti-placca, pro-gengive, total-protection, extra-fresh, versione “naturale”....

Penso: "ma io voglio solo avere la bocca fresca mentre mi lavo i denti!"

Leggo tre etichette, ne ignoro cinque, poi prendo quello che riconosco dal colore della scatola. Non perché sia il migliore, ma perché il mio cervello dichiara il fallimento delle trattative.

In questo supermercato non compro solo cose.
Compro decisioni.
E alcune, anche quando sembrano minuscole, costano più energia di quanto sarebbe ragionevole.

Arrivo al banco gastronomia.

Qui inizia la parte più complessa.

Devo stare ferma in uno spazio affollato di persone che, tendenzialmente, non sanno stare in fila.

Le voci non arrivano come parole, ma come un unico corpo sonoro. Un brusio compatto, senza confini netti, che mi avvolge come una nebbia. 

Non distinguo chi dice cosa: sento solo il rumore umano dell’attesa, un impasto di suoni che scorre addosso senza chiedere permesso.

Intanto cerco di preparare mentalmente la frase:“Buongiorno, mi dà due etti di…”

E se non capisco cosa mi risponde?

E se mi chiede come lo vuole tagliato?

Quando finalmente tocca a me, la voce dell’addetto mi arriva distorta.

Cerco di decifrare le parole come se fossero un messaggio audio con interferenze.

Ascolto. Traduco. Elaboro. Rispondo.

Tutto mentre cerco di mantenere un’espressione facciale socialmente adeguata.

Alla macelleria succede di nuovo.

Alla pescheria, di nuovo.

Tre interazioni brevi, apparentemente semplici.

Ma per il mio sistema nervoso, tre micro-maratone.

Nel corridoio dei surgelati, l’aria è gelida.

La pelle reagisce.

Le mani si irrigidiscono.

Il cervello registra anche questo: freddo, luce, rumore dei freezer che vibrano.

Nel frattempo devo scegliere tra sei marche di pizze surgelate che sembrano identiche ma non lo sono.

Leggo ingredienti che non mi interessano davvero, ma che il mio cervello insiste a processare.

A questo punto, sono già in modalità risparmio energetico.

Cammino più lentamente.

Evito gli sguardi.

Ho i muscoli di collo e spalle tesissimi.

Ridimensiono gli obiettivi: prendi solo l’essenziale, poi esci.

Ed è qui che succede.

Sento il mio nome.

Una voce familiare, allegra, ben intenzionata.

Una persona che conosco, che non vedo da tempo.

Il mio volto si accende automaticamente: sorriso, saluto, frasi di circostanza.

Mentre mi chiede come va, io penso a:

quanto rumore c’è,

quanto sono sovraccarica,

quanto mi mancava poco all’uscita,

quanto sarebbe bello essere invisibile per altri due minuti.

Rispondo in modo gentile, adeguato, socialmente corretto.

Annuisco.

Dico “sì, dai, ci sentiamo”.

Tutto vero, sincero, ma tutto faticoso.

Quando finalmente pago e supero le porte scorrevoli, l’aria esterna mi sembra più morbida.

Come se il mondo, per un attimo, abbassasse il volume.

Per molti il supermercato è solo un posto dove comprare cose.

Per me è una sequenza di micro-esposizioni sensoriali, decisionali e sociali che si sommano come un volume che sale lentamente: ogni luce, ogni voce, ogni scelta apparentemente banale alza un po’ di più la manopola, finché esco con la testa piena di rumore.

Rientrata a casa ho bisogno di stendermi al buio, nel silenzio, sotto il piumone, con le cuffie che chiudono il mondo fuori per il tempo necessario a che tutto quello che è entrato possa uscire.

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Laura Cocito - PSICOLOGA  

Mindfulness Professional Trainer&Clinical Therapist 

ACT Therapist® 

Iscrizione Albo A Piemonte n.10414

WWW.COCITOLAURAPSICOLOGA.IT