Negli ultimi tempi, alcune dichiarazioni provenienti da esponenti politici e figure istituzionali hanno rimesso in discussione l'utilità – e talvolta perfino l'esistenza – del concetto di femminicidio.
Da psicologa, non sono interessata alle polemiche e nemmeno alle guerre ideologiche.
Mi occupo però di relazioni umane, di sofferenza psicologica e delle dinamiche che possono generarla.
Nel mio lavoro, incontro spesso donne che hanno conosciuto forme più o meno gravi di controllo, svalutazione, possesso, abuso psicologico e/o violenza all'interno delle relazioni.
A volte queste esperienze appartengono al passato, altre volte sono ancora presenti.
Naturalmente, la mia esperienza clinica personale non ha alcun valore statistico.
Sono i dati infatti a doverci guidare.
E i dati hanno mostrato nel tempo la ricorrenza di determinate dinamiche e di specifici moventi.
Nuove categorie non nascono dal nulla, nascono quando la realtà, osservata con attenzione, mostra caratteristiche che si ripetono con una regolarità tale da non poter più essere considerate semplici coincidenze.
Non è stata la parola "femminicidio" a creare il fenomeno.
È stato il fenomeno, osservato nel tempo, a rendere necessaria quella parola.
Ed è da questa prospettiva che nasce la mia riflessione.
«In fondo, perché non chiamarlo semplicemente omicidio?»
È una domanda che torna spesso. E, a prima vista, potrebbe anche sembrare ragionevole.
Dopotutto, una persona uccisa è una persona uccisa.
Eppure, in medicina, in psicologia, nel diritto e nella ricerca scientifica, quando un fenomeno si presenta con caratteristiche ricorrenti, non lo si rende più generico. Si fa esattamente il contrario: lo si descrive con maggiore precisione.
Perché ciò che si ripete con regolarità smette di essere un caso e diventa un fenomeno.
E i fenomeni, per poter essere compresi, affrontati e possibilmente prevenuti, hanno bisogno di essere riconosciuti.
Anche attraverso le parole.
Omicidio e femminicidio non sono sinonimi
La parola "omicidio" descrive un fatto: una persona è stata uccisa.
La parola "femminicidio" descrive qualcosa in più: un particolare movente e un particolare pattern.
Non tutte le donne uccise sono vittime di femminicidio.
Una donna uccisa durante una rapina, ad esempio, è vittima di un omicidio, ma non necessariamente di un femminicidio.
Il femminicidio si caratterizza per la presenza di dinamiche specifiche: controllo, possesso, dominio, punizione, vendetta, rifiuto dell'autonomia della donna o della sua scelta di interrompere una relazione.
In altre parole, il femminicidio non si distingue dall'omicidio per il sesso della vittima, ma per il contesto, il movente e le dinamiche che lo caratterizzano.
Dare un nome a un fenomeno non significa attribuire una colpa collettiva, ma riconoscere che esiste uno schema che si ripete con caratteristiche specifiche.
E quando emerge un pattern, la ricerca scientifica cerca di comprenderlo, il diritto cerca di definirlo e la società può iniziare a interrogarsi su come prevenirlo.
Cosa ci dicono i dati?
Nel 2024, in Italia, le donne vittime di omicidio sono state 116.
Di queste, 61 – pari al 52,6% – sono state uccise dal partner o dall'ex partner.
Su scala mondiale, i dati più recenti disponibili, pubblicati nel 2025 da UN Women e dall'Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC), mostrano che circa il 60% delle donne e delle ragazze vittime di omicidio viene assassinato da partner o familiari.
Per gli uomini, la percentuale è circa l'11%.
I numeri, naturalmente, non spiegano tutto.
Ma ci dicono che non siamo di fronte a episodi casuali e indipendenti tra loro: ci mostrano un pattern.
Anche il diritto distingue ciò che si ripete.
Alla fine del 2025, il legislatore italiano ha introdotto nel Codice Penale l'articolo 577-bis, riconoscendo il femminicidio come reato autonomo.
Si è trattato di una svolta storica.
Per la prima volta, lo Stato ha riconosciuto che questa violenza non è un fatto casuale o episodico, ma un fenomeno con caratteristiche ricorrenti, radicato in dinamiche di potere, discriminazione e controllo.
Una riflessione finale
Michela Murgia scriveva: «La parola femminicidio non indica il sesso della morta. Indica il motivo per cui è stata uccisa.»
Quindi chiediamoci, se i dati mostrano un fenomeno e il diritto ha ritenuto necessario riconoscerlo, quale vantaggio ci sarebbe nel rinunciare a nominarlo, comprenderlo, affrontarlo e prevenirlo?
Fonti
- ISTAT, Le vittime di omicidio – Anno 2024.
- UN Women & UNODC, Femicides in 2024: Global Estimates of Intimate Partner/Family Member Femicides (rapporto pubblicato nel 2025).
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Laura Cocito - PSICOLOGA
Mindfulness Professional Trainer&Clinical Therapist
ACT Therapist®
Iscrizione Albo A Piemonte n.10414
