Attraverso scene di vita quotidiana da me inventate e ispirate dai racconti dei miei pazienti, il racconto rende osservabili processi cognitivi, sensoriali ed emotivi spesso invisibili, con l’obiettivo di favorire comprensione, riconoscimento e consapevolezza, sia in chi si identifica come neuroatipico, sia in chi vive o lavora accanto a menti non standard.
Queste storie non vogliono essere rappresentative di tutte le persone neurodivergenti, ma una voce tra le molte possibili.
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IL MOMENTO CHE CERCAVO!
La svolta arriva il quarto giorno. Non
perché succeda qualcosa di straordinario. Succede semplicemente che mi sveglio
presto, molto presto. Apro gli occhi, guardo l'ora sul telefono e sono le sei e
venti.
Per qualche secondo rimango immobile.
Nella stanza, finalmente, c'è silenzio. O quasi. Qualcuno russa con una
regolarità quasi rassicurante, qualcuno si è impossessato dell'intero lenzuolo
durante la notte e uno dei miei amici dorme in una posizione che sfida
qualunque principio di anatomia umana.
Li guardo e sorrido. Dormono tutti
profondamente. Per la prima volta da quando siamo partiti, nessuno sta
parlando, nessuno sta decidendo, nessuno mi sta chiedendo: «Allora, che
facciamo oggi?».
Esco piano per non svegliarli. Il
corridoio del condominio è ancora fresco. Scendo le scale, attraverso le strade
quasi deserte e, nel giro di pochi minuti, sono di nuovo davanti al mare.
Questa volta, però, è diverso.
La spiaggia sembra un altro posto. Non
ci sono casse Bluetooth, non ci sono telefonate in vivavoce, non ci sono
venditori ambulanti, non ci sono racchettoni, non ci sono file per le brioche.
Ci sono solo poche persone.
Un signore anziano che cammina
lentamente sulla battigia con le mani dietro la schiena; una ragazza che legge
seduta vicino all'acqua; una coppia che passeggia senza dire niente e un cane
che corre avanti e indietro inseguendo qualcosa che sembra esistere soltanto
nella sua fantasia.
E poi c'è lui. Il mare.
Finalmente riesco a sentirlo.
Sembra una frase assurda, eppure è
proprio così. Per giorni l'avevo guardato senza riuscire davvero ad ascoltarlo.
Adesso il rumore delle onde riempie tutto lo spazio che, fino alla sera prima,
era occupato dal rumore umano.
Mi siedo. Tolgo le scarpe. La sabbia è
ancora fresca. L'aria profuma davvero di salsedine, non di cocco tropicale,
vaniglia esotica o qualunque altra fragranza che le creme solari sembrano voler
imporre al Mediterraneo.
Respiro.
Per la prima volta da quando siamo
arrivati, mi accorgo di non dover fare niente. Non devo scegliere, non devo
decidere, non devo seguire una conversazione, non devo interpretare battute,
non devo evitare palloni, non devo prevedere traiettorie. Posso semplicemente
stare.
Succede una cosa curiosa. Mi accorgo
che le spalle non sono più contratte. La mandibola si rilassa. Anche il respiro
cambia ritmo, senza che io debba fare nulla. È come se il mio corpo avesse
capito prima della mia mente che, almeno per un po', non c'è più bisogno di
restare in allerta.
Non succede quasi mai. Anche quando
sono da solo, di solito c'è sempre qualcosa da fare, da organizzare, da
sistemare o da pensare. Qui, invece, il mondo sembra non aspettarsi niente da
me. E mi accorgo che, a volte, la cosa più riposante non è fare qualcosa di
speciale, ma concedersi il lusso di non dover fare assolutamente niente.
Resto lì una mezz'ora. Forse quaranta
minuti. Non guardo il telefono. Non sento il bisogno di fotografare l'alba. Non
penso che dovrei condividere questo momento con qualcuno. Mi basta esserci.
Quando torno all'appartamento, il
resto della compagnia sta lentamente tornando in vita.
«Oh, ma dov'eri finito?»
«Sono andato a fare due passi.»
«Alle sei e mezza del mattino? Ma sei
matto?»
Ridono. Rido anch'io.
Poi uno dei miei amici sorride.
«Avevi bisogno di ricaricare la
batteria, vero?»
Lo guardo sorpreso.
«Sì.»
«Ieri sera, dopo che sei andato a
dormire, abbiamo continuato a parlarne. Ci siamo resi conto che tante cose che
interpretavamo nel modo sbagliato probabilmente non c'entravano niente. Quando
ogni tanto ti allontanavi, quando parlavi poco o quando sembravi stanco...
pensavamo che fossi annoiato, arrabbiato o che non avessi voglia di stare con
noi.»
Un altro interviene.
«Invece ci siamo accorti che, in
realtà, stavi facendo esattamente il contrario: cercavi un modo per riuscire a
continuare a stare con noi.»
Annuisco.
È una differenza enorme.
Il terzo aggiunge, con la naturalezza
di chi ha semplicemente capito qualcosa di nuovo:
«L'anno prossimo, se torniamo insieme, basta che ce lo dici, quando hai bisogno di fare una passeggiata da solo, di rientrare prima o di prenderti un'ora di silenzio. Non vogliamo che tu stia male per allinearti a noi!.»
Sorrido perché, per la prima volta, non sento il bisogno di giustificare il mio modo di funzionare e mi sento accolto e compreso senza giudizio!
Li guardo con affetto.
Perché questo racconto non parla di
persone giuste e persone sbagliate. Non parla di chi sa divertirsi e di chi no.
Non parla di neurotipici contro neurodivergenti.
Parla di sistemi nervosi che
funzionano in modo diverso.
I miei amici ricaricano le batterie
stando in mezzo alle persone.
Io le ricarico quando, ogni tanto, riesco ad allontanarmi abbastanza da poter sentire di nuovo il rumore delle onde.
Ho smesso di giudicarmi e di forzarmi in un modello che non sento mio, ho iniziato ad ascoltare il mio corpo con la stessa curiosità con cui, in quei giorni, avevo osservato gli abitanti della spiaggia.
Non ho bisogno di vacanze perfette.
Ho bisogno di qualche momento di tregua, di un angolo tranquillo in cui fermarmi e ricaricarmi a modo mio.
Molte persone neurodivergenti non
cercano un'estate diversa; cercano un'estate in cui anche il loro
sistema nervoso possa andare davvero in ferie.
Quanto ai miei amici, l'anno prossimo
hanno già proposto di tornare tutti insieme e io ho risposto che ci penserò. E
lo farò davvero, perché le vacanze con loro mi piacciono.
Questa volta, però, quando arriverà il
momento di prenotare, avrò una sola richiesta.
Una camera tutta per me.
Perché, se voglio continuare a godermi la loro compagnia, ogni tanto ho bisogno di ritrovare anche la mia.
Se poi la camera fosse anche insonorizzata e il
mare riuscisse a sentirsi un po' più della cassa Bluetooth dell'ombrellone
accanto... sarebbe quasi la vacanza perfetta.
Ma questa è un'altra storia.
- THE END -
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Laura Cocito - PSICOLOGA
Mindfulness Professional Trainer&Clinical Therapist
ACT Therapist®
Iscrizione Albo A Piemonte n.10414
