Ho pensato di creare con il mio Blog uno spazio in cui raccogliere riflessioni e pensieri che nascono dal mio lavoro di Psicologa, dalle mie letture, dalle domande che mi accompagnano e, più in generale, da tutto ciò che parla dell’essere umano.

Non aspettatevi pubblicazioni regolari né soltanto temi legati alla pratica psicologica: questo è un luogo senza fretta, dove fatti di attualità, libri e fenomeni sociali possono diventare occasioni per fermarsi un attimo a pensare.

EPPURE QUALCOSA NON TORNA




Hai un lavoro, forse anche un buon lavoro. Hai una relazione che dura, una casa, forse dei figli. Non sei gravemente malato, riesci a pagare le bollette e ogni tanto riesci pure ad andare in vacanza. Se qualcuno ti domanda come va, tendenzialmente rispondi: «Bene, grazie. E tu?». Insomma, tutto bene. O almeno così dovrebbe essere.

Eppure qualcosa non torna.

HAI FATTO TUTTO QUELLO CHE DOVEVI FARE

Hai studiato oppure hai imparato un mestiere. Hai affrontato traslochi, mutui, riunioni, compleanni, code alle poste e pranzi con persone che non avresti scelto spontaneamente di frequentare. 

Hai raggiunto molte delle tappe previste dal programma ufficiale della vita adulta.

Magari sei anche una persona competente: quella affidabile, quella che risolve i problemi, quella a cui gli altri chiedono aiuto perché, in un modo o nell’altro, riesce sempre a far funzionare le cose. 

Poi arriva un momento, spesso senza alcun evento preciso, in cui ti guardi intorno e pensi: cosa c'è che non va?

Non è necessariamente una crisi. Non hai deciso di mollare tutto, trasferirti su un’isola e aprire un chiosco di granite. 

Domani andrai al lavoro, farai ciò che devi fare. Continuerai a occuparti della tua vita come hai sempre fatto. Soltanto, da qualche parte, rimarrà una domanda: perché, se ho fatto tutto giusto, non sto bene?

MA IN FONDO CHE COSA MI MANCA?

È una domanda che spesso contiene già un’accusa. Se hai un lavoro, una famiglia, una casa e una salute discreta, che diritto hai di essere insoddisfatto? Non sei forse fortunato?

Certo che lo sei. 

Ma la gratitudine e il malessere possono convivere. Non si annullano a vicenda come due numeri di segno opposto. 

Puoi sapere di avere molto ed essere comunque infelice. Puoi amare la tua famiglia ed essere esausto dal ruolo che ricopri al suo interno. Puoi voler bene al tuo partner e accorgerti che da anni tra voi si parla soprattutto di scadenze, spese, impegni e di chi debba comprare la carta igienica. Puoi avere un ottimo stipendio e trascorrere ogni domenica pomeriggio con un peso sullo stomaco al pensiero del lunedì. Puoi non avere nessuna malattia grave e svegliarti già stanco.

Il punto è che avere una vita oggettivamente dignitosa non significa sentirsi bene nella propria vita. Questa distinzione sembra ovvia. Eppure siamo molto bravi a dimenticarla.

UNA VITA IN CUI FUNZIONI, MA...

A volte il problema non è ciò che hai costruito, ma quanto ti costa mantenerlo in piedi. Dall’esterno sembri organizzato, autonomo e capace. Gli altri vedono il risultato finale, non la quantità di energia necessaria per ottenerlo.

Non vedono quanto devi prepararti mentalmente prima di una giornata piena di persone, quanto ti pesa un cambiamento deciso all’ultimo momento o quanto tempo impieghi a riprenderti da situazioni che per altri sembrano normali. 

Non vedono quanto ti sfiniscano il rumore, le interruzioni, le telefonate, le richieste contemporanee e le conversazioni senza uno scopo preciso. 

Non vedono quante volte controlli ciò che stai per dire, il tono con cui lo dirai e l’espressione che dovresti avere mentre lo dici.

Non vedono che alcune cose che svolgi bene non ti vengono affatto spontanee: hai semplicemente imparato a farle. E le hai imparate così bene che nessuno immagina la fatica. E a volte te ne scordi persino tu!

Per anni hai chiamato tutto questo “essere adulto”. 

Hai pensato che fossero tutti stanchi come te, infastiditi come te, sovraccarichi come te. Che tutti avessero bisogno di isolarsi dopo una giornata trascorsa con altre persone. Che tutti provassero un sollievo quasi fisico quando qualcuno annullava un appuntamento. Che tutti trascorressero una parte considerevole della propria vita a cercare di sembrare a proprio agio.

Poi, a un certo punto, cominci a sospettare che forse no. Forse non per tutti è così difficile.

...FUNZIONARE NON SIGNIFICA STARE BENE

Uno degli equivoci più resistenti è questo: se riesco a fare una cosa, allora quella cosa non può farmi male.

Riesci ad andare al lavoro, a occuparti della casa, delle persone che ami e delle innumerevoli incombenze della vita adulta. Riesci a partecipare alle riunioni, risolvere imprevisti, fare telefonate e ricordarti quasi sempre di pagare l’assicurazione. Quindi stai bene.

È una conclusione curiosa. Sarebbe come dire che, se riesci a camminare con una scarpa di due numeri più piccola, allora la scarpa è adatta a te. Cammini, magari cammini anche velocemente. Soltanto, a fine giornata, hai i piedi distrutti.

Molte persone sono diventate estremamente abili nel vivere in condizioni poco adatte a loro

Hanno sviluppato strategie, costruito routine, studiato gli altri e imparato che cosa ci si aspetta nelle diverse situazioni. 

Funzionano, talvolta funzionano benissimo. Ma funzionare non è la stessa cosa che vivere bene.

RABBIA, INDIFFERENZA E DISTRAZIONI

Non sempre il malessere assomiglia alla tristezza. A volte assomiglia alla rabbia. Ti irritano i rumori, le domande, i messaggi e le richieste. Ti dà fastidio che qualcuno ti parli mentre stai facendo altro. Ti innervosiscono cambiamenti minimi, ritardi, telefonate impreviste o persone che dicono «ci vediamo nel pomeriggio» senza specificare un orario.

Altre volte il malessere assomiglia all’indifferenza. Non hai più voglia di uscire, ma nemmeno di restare a casa. Le cose che aspettavi con piacere sono diventate altri impegni da inserire in agenda. Arriva il fine settimana e non desideri fare qualcosa di bello: desideri soltanto che nessuno abbia bisogno di te.

Oppure continui a cercare stimoli: lavoro, sport, progetti, uscite, serie televisive, social, aperitivi, acquisti. Non necessariamente perché ti divertano davvero, ma perché fermarti significa sentire quanto sei stanco o quanto poco ti riconosci nella vita che stai vivendo.

Così ti distrai. Il che può funzionare molto bene. Il problema è che, per continuare a non sentire, devi continuare a distrarti.

SONO SEMPRE STATO 'UN PO’ COSÌ'

Forse questa sensazione non è nemmeno nuova. Magari ti sei sempre sentito leggermente fuori fase. 

Non abbastanza da non riuscire a vivere, lavorare o avere relazioni; abbastanza, però, da percepire una distanza difficile da spiegare.

Hai spesso avuto l’impressione che gli altri conoscessero regole che tu dovevi ricavare osservandoli. Ti sei sentito troppo serio, troppo intenso, troppo sensibile, troppo diretto, troppo silenzioso o troppo loquace. Oppure semplicemente diverso, senza sapere rispetto a che cosa.

Hai imparato a correggerti: a parlare meno o di più, a non mostrare quanto qualcosa ti interessi, a sopportare ambienti e situazioni che ti affaticano, a sorridere nel momento giusto, a non fare troppe domande. Hai imparato a non sembrare scortese, strano, rigido, ingenuo o esagerato.

Ti sei adattato talmente bene che oggi potresti non sapere più dove finisca l’adattamento e dove cominci tu. E forse quella generica insoddisfazione non nasce dal fatto che la tua vita sia sbagliata. Forse nasce dal fatto che, per riuscire a viverla, hai dovuto allontanarti troppo da te stesso.

NON OCCORRE CHE SUCCEDA QUALCOSA DI GRAVE

Molte persone aspettano un evento sufficientemente drammatico prima di concedersi il diritto di fermarsi: una separazione, un crollo sul lavoro, un attacco di panico, una malattia o un corpo che, a un certo punto, presenti il conto in modo poco diplomatico.

Prima di allora si continua, perché in fondo non c’è niente che non va. Solo una rabbia costante, una stanchezza che non passa, una relazione nella quale non ci si sente più presenti, una vita sociale che sembra un secondo lavoro, una domenica trascorsa a recuperare dalla settimana e un lunedì che ricomincia prima che il recupero sia terminato.

Niente di grave, quindi. Soltanto la propria vita.

Non è necessario aspettare che tutto crolli per chiedersi se il modo in cui si sta vivendo sia sostenibile. E non serve paragonare il proprio malessere a quello di chi sta peggio. 

La sofferenza non è una competizione a eliminazione e non viene assegnata una medaglia a chi riesce a ignorarla più a lungo.

FORSE NON TI MANCA NIENTE. MA MANCHI TU

Non sempre bisogna cambiare lavoro, lasciare il partner, trasferirsi o rivoluzionare la propria esistenza. 

Occorre capire perché una vita costruita con impegno e competenza continui a lasciare una sensazione di estraneità

Non per cercare a tutti i costi qualcosa di nascosto, né perché debbano necessariamente esserci un trauma da riesumare, una diagnosi da trovare o un colpevole da identificare. 

Semplicemente perché si può avere tutto ciò che dovrebbe servire per stare bene e continuare a non stare bene.

Un percorso psicologico non risolve la vita al posto nostro, non aumenta lo stipendio, non riduce il mutuo, non trasforma un ambiente di lavoro invivibile e non rende improvvisamente semplici le relazioni difficili. 

Ma è utile per capire che cosa non torna, perché e cosa farci. 

Per non vivere soltanto per inerzia, dovere o resistenza. Per ritrovare, anche dentro condizioni che non abbiamo scelto e non possiamo cambiare, una direzione che abbia senso per noi.

Perché la vita è breve e, anche se non possiamo sempre costruirla su misura, forse vale la pena provare a renderla almeno un po’ più nostra. 

Perché magari va tutto bene. Eppure qualcosa non torna.

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Laura Cocito - PSICOLOGA  

Mindfulness Professional Trainer&Clinical Therapist 

ACT Therapist® 

Iscrizione Albo A Piemonte n.10414

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