Attraverso scene di vita quotidiana da me inventate e ispirate dai racconti dei miei pazienti, il racconto rende osservabili processi cognitivi, sensoriali ed emotivi spesso invisibili, con l’obiettivo di favorire comprensione, riconoscimento e consapevolezza, sia in chi si identifica come neuroatipico, sia in chi vive o lavora accanto a menti non standard.
Queste storie non vogliono essere rappresentative di tutte le persone neurodivergenti, ma una voce tra le molte possibili.
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LA SAGRA: UN ESPERIMENTO SOCIALE A CIELO APERTO
Dopo una giornata in spiaggia, io sarei pronto per fare una cosa rivoluzionaria: una doccia, una cena tranquilla e un paio d'ore passate ad ascoltare il rumore dei grilli sul balcone.
I miei
amici, invece, sembrano essersi appena svegliati.
«Dai, ci prepariamo! Stasera c'è la
sagra! Facciamo solo un salto.»
Ho imparato negli anni che l'espressione "facciamo solo un salto" non descrive mai la realtà.
È
una formula rituale: significa che torneremo a casa quando qualcuno inizierà a
sbadigliare o quando la proloco comincerà a smontare i tavoli. Tutto quello che
succederà prima è impossibile da prevedere.
Nel giro di venti minuti l'appartamento torna a essere attraversato da una frenesia sorprendente.
C'è
chi cerca la maglietta "giusta", chi ha perso il portafoglio, chi
entra in bagno per due minuti e ne esce venticinque dopo, chi si spruzza una
quantità di profumo sufficiente a far cambiare direzione al vento e chi,
naturalmente, decide che è il momento ideale per mettere di nuovo la musica.
Quando finalmente arriviamo alla sagra, mi colpisce sempre la stessa sensazione: sembra che l'intero paese abbia preso appuntamento nello stesso posto e alla stessa ora.
Luci colorate,
bancarelle, bambini che corrono ovunque, passeggini, cani, profumo di
salamella, cipolle grigliate, zucchero filato, frittelle, porchetta, crepes,
fritto misto e qualunque altro alimento che, in un normale martedì di novembre,
richiederebbe almeno una settimana di digestione.
Le casse diffondono musica che, se ascoltata alle tre del pomeriggio in salotto, probabilmente nessuno sceglierebbe spontaneamente.
Eppure, in una sagra, tutto cambia. Persino canzoni che non ascolteresti mai da sobrio sembrano improvvisamente accettabili, purché ci sia abbastanza gente che batte le mani a tempo.
Sul palco una cover
band sta affrontando Vasco Rossi con un coraggio che meriterebbe un
riconoscimento istituzionale e, tra un brano e l'altro, il cantante continua a
urlare: «Vi voglio sentireeeee!», come se le centinaia di persone sedute ai
tavoli fossero lì per lui e non per la salamella.
Gli amici sono entusiasti.
«Prendiamo una birra?»
«No, aspetta, prima mangiamo.»
«No, dai, prima lo spritz.»
«Anzi no, il mojito.»
«Hai visto che fanno anche il mojito
al melone?»
Mi colpisce sempre questa straordinaria capacità di prendere decisioni e cambiarle nel giro di trenta secondi senza che nessuno sembri soffrirne.
Io sto ancora scegliendo cosa mangiare quando loro stanno già discutendo del dolce.
Hanno un rapporto con l'imprevisto
che mi affascina. Per loro cambiare programma sembra quasi aggiungere
divertimento alla serata. Per me significa semplicemente dover ricalcolare
tutto da capo. Non è un dramma. È solo un lavoro che il cervello ricomincia
ogni volta.
Poi inizia un altro fenomeno tipicamente estivo: la migrazione collettiva verso il palco.
Qualcuno propone di ballare, qualcuno di bere ancora qualcosa, qualcuno sparisce per salutare un amico incontrato per caso e qualcuno torna accompagnato da altri tre perfetti sconosciuti che, nel giro di cinque minuti, vengono automaticamente integrati nella compagnia.
È una capacità sociale che ho sempre osservato con sincera
ammirazione. Io, dopo un'ora, non ho ancora memorizzato il nome di tutti quelli
con cui sono arrivato. Loro, nel frattempo, hanno già allargato il gruppo.
Poi arriva il momento che preferisco
osservare: quello degli approcci.
Esiste una fascia oraria, compresa grossomodo tra il secondo drink e la mezzanotte, in cui una parte significativa della popolazione maschile sviluppa un livello di fiducia nelle proprie capacità relazionali che la letteratura scientifica non è ancora riuscita a spiegare.
Ragazzi che, fino a dieci minuti prima, stavano discutendo di
fantacalcio, improvvisamente attraversano la piazza con l'espressione di chi
sta per compiere un'impresa epica.
Le strategie sono sorprendentemente
simili.
«Ciao... tutto bene?»
«Posso offrirti qualcosa?»
«Ma tu non sei quella che...»
Molte sembrano improvvisate sul
momento. Alcune, francamente, sarebbe stato meglio continuare a improvvisarle
in silenzio.
Le ragazze, dall'altra parte, sembrano riconoscere il copione con una rapidità impressionante.
Alcune sorridono con
gentilezza; altre liquidano la questione in pochi secondi con una competenza
comunicativa che meriterebbe un corso universitario.
Io continuo a osservare. È il mio modo
preferito di partecipare.
A un certo punto uno dei miei amici mi
porge un'altra birra.
«Tutto bene? Sei silenzioso.»
Per qualche motivo, forse perché è la
seconda birra dell'anno e io non sono esattamente un campione nel reggere
l'alcol, invece di rispondere con il solito «Sì, tutto bene», mi esce una
risposta diversa.
«In realtà sì... sto bene. Solo che
sono un po' saturo.»
Lui mi guarda incuriosito.
«Saturo?»
Annuisco.
«Da stamattina il mio cervello non ha praticamente mai smesso di registrare informazioni.
I rumori, la musica, la spiaggia, le persone, gli odori, i cambi di programma, le conversazioni, la strada per arrivare qui, le facce nuove... è come avere cinquanta schede aperte contemporaneamente.
Mi sto divertendo, davvero. Solo che, mentre voi ricaricate
le batterie stando in mezzo a tutta questa roba, io le consumo.»
Per qualche secondo nessuno dice
niente.
Poi uno di loro sorride.
«Sai che non ci avevo mai pensato? Io
avrei detto esattamente il contrario. Pensavo che, visto che parli poco, stessi
semplicemente osservando.»
«Infatti sto osservando.»
Ridiamo entrambi.
«Solo che osservare, per me, non
significa riposare.»
«Per voi osservare è una cosa che succede in sottofondo. È come tenere aperta un'app mentre fate altro.
Per me è come se ogni suono, ogni volto, ogni odore, ogni conversazione aprisse una finestra nuova, e il cervello prova comunque a elaborarle tutte, anche quando non gli servono davvero.»
Cerco le parole giuste.
«È un po' come avere il telefono con cinquanta applicazioni aperte contemporaneamente.
Magari continua a funzionare, ma a un certo punto inizia a rallentare, si scalda e la batteria precipita. Ecco... io mi sento spesso così.»
Lui rimane in silenzio.
«Solo che non è soltanto stanchezza. Se faccio una lunga camminata, mi riposo e passa.
Quando invece il cervello arriva al limite, è come se iniziasse a spegnere, una alla volta, le funzioni meno indispensabili.
Mi diventa più difficile trovare le parole, seguire una conversazione, prendere decisioni semplici o perfino capire di cosa avrei bisogno in quel momento. È come se tutta l'energia fosse stata usata per tenere il sistema acceso.»
Lui annuisce lentamente.
«Messa così... è molto diverso da come me l'ero immaginato...»
Rimaniamo qualche istante in silenzio,
guardando la gente davanti al palco.
«Perché non ce l'hai mai detto?»
Ci penso un momento.
«Non lo sò...»
Lui annuisce con una naturalezza che
mi sorprende.
«La prossima volta, se hai bisogno di fare un giro tranquillo o di stare dieci minuti da qualche parte senza casino, dillo. In fondo, tra amici che si definiscano tali è fondamentale sapere cosa serve a ognuno di noi per stare bene, no?».
Torniamo verso gli altri. La musica
continua, qualcuno balla, qualcuno canta, qualcuno ordina un altro mojito al
melone. Io continuo a osservare. Gli altri continuano a divertirsi.
La differenza è che, da questa sera, almeno uno di loro sa che sto vivendo la vacanza in un modo completamente diverso da lui.
E' solo un primo passo ma, curiosamente, proprio da quel momento, mi sono sentito un po' meno solo in mezzo alla folla.
Continua con la Parte Finale – IL MOMENTO CHE CERCAVO!
→ (clicca qui per leggere la fine della storia)
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Laura Cocito - PSICOLOGA
Mindfulness Professional Trainer&Clinical Therapist
ACT Therapist®
Iscrizione Albo A Piemonte n.10414
