Attraverso scene di vita quotidiana da me inventate e ispirate dai racconti dei miei pazienti, il racconto rende osservabili processi cognitivi, sensoriali ed emotivi spesso invisibili, con l’obiettivo di favorire comprensione, riconoscimento e consapevolezza, sia in chi si identifica come neuroatipico, sia in chi vive o lavora accanto a menti non standard.
Queste storie non vogliono essere rappresentative di tutte le persone neurodivergenti, ma una voce tra le molte possibili.
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CONVIVENZA CREATIVA IN APPARTAMENTO!
L'Airbnb è esattamente come ce lo
aspettavamo dalle fotografie: piccolo, luminoso, sufficientemente vicino al
mare da giustificare il prezzo. Appena la porta si apre assisto, come ogni
volta, a un fenomeno che continua ad affascinarmi.
I miei amici sembrano entrare
automaticamente in modalità vacanza: in meno di dieci minuti hanno scelto le
camere, lanciato gli zaini sul pavimento, aperto i trolley, collegato i
caricabatterie, stappato una birra e deciso che è già arrivato il momento di
andare in spiaggia.
Io, invece, sono ancora nell'ingresso con lo zaino in spalla. Non perché non abbia voglia di divertirmi. Semplicemente ho bisogno di orientarmi.
Mi piace sapere quale sarà il mio letto, dove appoggerò gli occhiali la sera, in quale presa ricaricherò il telefono, dove finiranno le chiavi per evitare di cercarle ogni mattina.
Ho bisogno di
costruire una piccola mappa mentale del posto, una specie di base operativa da
cui partire. È un'operazione che richiede pochi minuti, ma che rende tutto il
resto infinitamente più semplice.
Nel frattempo il soggiorno è già stato
trasformato. C'è una montagna di asciugamani sul divano, costumi appesi alle
sedie, ciabatte disseminate ovunque, una confezione di patatine aperta sul
tavolo e un beauty case esploso in bagno che ha distribuito dentifrici, creme e
deodoranti su qualunque superficie disponibile. La cosa che mi diverte è che
nessuno sembra farci caso. Anzi, uno degli amici si guarda intorno, sorride
soddisfatto e dice: «Che bello... siamo nel chill.»
Io raccolgo istintivamente una
maglietta finita sul pavimento.
«Ma lasciala lì! Siamo in vacanza!»
Ed è in quel momento che mi torna sempre lo stesso dubbio: forse per alcune persone la vacanza comincia quando smettono di organizzare le cose.
Per me, invece, comincia esattamente quando ho
finito di organizzarne quel tanto che basta per poter finalmente smettere di
pensarci.
Un’altra esperienza antropologica interessante
inizia ogni mattina intorno alle nove e mezza, quando qualcuno, con assoluta
innocenza, pronuncia la frase: «Dove mangiamo stasera?».
Da quel momento prende il via un rituale collettivo che sembra seguire regole molto precise.
C'è chi
propone il pesce, chi preferisce la pizza, chi ricorda che il pesce lo
avevamo mangiato due sere prima, chi fa notare che la pizza ormai era
troppo banale, chi apre Google Maps, chi inizia a leggere le recensioni,
chi cambia idea dopo aver visto la fotografia di un tiramisù particolarmente
convincente, e chi dichiara di non avere alcuna preferenza, salvo poi bocciare con
sorprendente puntualità ogni proposta avanzata dagli altri.
Dopo circa tre minuti avevo già
individuato tre ristoranti compatibili con distanza, prezzo, recensioni e
disponibilità.
Naturalmente non me l'aveva chiesto
nessuno.
Con il tempo ho capito che stavo osservando due modi diversi di vivere la stessa situazione.
Io cercavo di arrivare il più rapidamente possibile a una soluzione.
Loro sembravano trovare piacere nel percorso che portava alla soluzione.
Dal mio punto di vista quella
discussione era una perdita di tempo; dal loro, probabilmente, era vacanza.
E la cosa curiosa è che, alla fine,
arrivavamo quasi sempre a scegliere il primo ristorante proposto.
Un'altra differenza che continuava ad
affascinarmi riguardava il silenzio.
Per molti stare bene insieme
significava stare insieme continuamente.
Se mi alzavo e uscivo sul balcone con
un libro, dopo pochi minuti qualcuno si affacciava: «Tutto bene?».
Se decidevo di fare una passeggiata da
solo: «Sei arrabbiato?».
Se rimanevo qualche minuto seduto in
silenzio a guardare il mare: «Ti annoi?».
All'inizio cercavo di spiegare che no,
non ero arrabbiato, non mi annoiavo e non era successo assolutamente niente.
Poi ho smesso.
Ho iniziato semplicemente a
rispondere: «Sto bene.»
Ed era la verità.
A un certo punto mi è venuto il
sospetto che, per molte persone, la solitudine fosse una lieve forma di
malessere da interrompere il prima possibile.
Per me, invece, è sempre stata una forma di manutenzione ordinaria.
Dieci minuti di silenzio non servono ad allontanarmi dalle persone a cui voglio bene.
Servono a ritrovare l'energia
necessaria per tornare da loro con piacere.
La cosa buffa è che volevo sinceramente bene a quelle persone.
Ridevo con loro, mangiavo con loro, condividevo quella settimana con entusiasmo.
Semplicemente, ogni tanto avevo
bisogno di uscire dal branco per un pò.
Loro si ricaricavano stando insieme.
Io stando in solitudine.
Continua con – Breve etologia del bagnante estivo
→ (clicca qui per leggere il seguito della storia)
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Laura Cocito - PSICOLOGA
Mindfulness Professional Trainer&Clinical Therapist
ACT Therapist®
Iscrizione Albo A Piemonte n.10414
