CRONACHE DI UNA MENTE NEUROATIPICA - BREVE ETOLOGIA DEL BAGNANTE ESTIVO

Cronache di una mente neuroatipica è una rubrica del mio blog che utilizza la narrazione come strumento psicoeducativo per descrivere l’esperienza soggettiva del funzionamento neurodivergente in età adulta.

Attraverso scene di vita quotidiana da me inventate e ispirate dai racconti dei miei pazienti, il racconto rende osservabili processi cognitivi, sensoriali ed emotivi spesso invisibili, con l’obiettivo di favorire comprensione, riconoscimento e consapevolezza, sia in chi si identifica come neuroatipico, sia in chi vive o lavora accanto a menti non standard.

Queste storie non vogliono essere rappresentative di tutte le persone neurodivergenti, ma una voce tra le molte possibili.

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BREVE ETOLOGIA DEL BAGNANTE ESTIVO

Superata la fase dell'orientamento, possiamo andare in spiaggia. 

Il tragitto dura pochi minuti, ma basta a farmi capire che il concetto di "rilassarsi" è estremamente soggettivo. 

C'è chi cammina già con il telo sulla spalla, una birra in mano e le infradito che schioccano sull'asfalto come una colonna sonora estiva. 

Io, invece, sto ancora cercando di capire da dove arrivi tutta quella musica.

La risposta è semplice: da ogni direzione.

Non avevo mai riflettuto sul fatto che, evidentemente, esiste una regola non scritta secondo cui ogni gruppo in spiaggia abbia il diritto, o forse il dovere civico, di portare la propria colonna sonora. 

Il risultato è una specie di esperimento acustico in cui il reggaeton dell'ombrellone alla mia sinistra cerca di prevalere sulla trap proveniente da quello dietro, mentre poco più in là qualcuno ha deciso di rispolverare i grandi successi degli anni Novanta. 

In mezzo a tutto questo, il mare continua ostinatamente a fare il mare, producendo un suono meraviglioso che, però, riesco a sentire soltanto quando tutti gli altri smettono di parlare. 

Il problema è che non succede quasi mai.

Mi piace osservare le persone. La spiaggia, da questo punto di vista, è un laboratorio straordinario.

C'è chi arriva e, prima ancora di stendere l'asciugamano, accende la cassa Bluetooth. Dev'essere una forma di marcatura del territorio, un po' come fanno alcuni animali, solo con meno eleganza e più bassi.

C'è chi telefona in vivavoce con una naturalezza disarmante. 

Nel giro di cinque minuti so che la zia ha finalmente venduto casa, che il cugino ha cambiato lavoro, che il vicino ha comprato un camper e che il ristorante di ieri sera era "carino, ma niente di che". 

Non conosco queste persone e loro non conoscono me, eppure condividiamo un'intimità che nessuno dei due aveva realmente richiesto.

Poi ci sono quelli che sembrano vivere in uno stato di entusiasmo permanente: ridono forte, parlano ancora più forte e hanno una straordinaria capacità di trasformare qualunque osservazione in un annuncio pubblico. 

Se uno vede un gabbiano, entro pochi secondi tutta la spiaggia sa che c'è un gabbiano.

Accanto a loro ci sono gli sportivi improvvisati: i racchettoni iniziano a rimbalzare a pochi centimetri dagli asciugamani, come se la fascia tra gli ombrelloni fosse stata progettata appositamente per ospitare la finale di Wimbledon. 

Ogni tanto una pallina cambia traiettoria e attraversa il mio campo visivo alla velocità della luce. 

Segue immancabilmente un «Scusa!» gridato da una distanza tale da rendere impossibile capire a chi fosse realmente rivolto.

Nel frattempo passa il primo venditore ambulante. «Cocco?». «No, grazie.»

Tre minuti dopo arriva quello dei parei. Poi quello degli occhiali. Poi quello dei cappelli. Poi quello dei braccialetti. Poi quello che propone massaggi. 

Ad un certo punto mi rendo conto che il mio cervello ha iniziato a riconoscerli dal ritmo dei passi. 

È una competenza completamente inutile nella vita quotidiana, ma sorprendentemente efficace in spiaggia.

Finalmente decido di fare un bagno. L'operazione richiede una discreta pianificazione. 

Bisogna evitare il campo da racchettoni, aggirare la famiglia che ha costruito un castello di sabbia grande quanto un monolocale, schivare i bambini che corrono senza una direzione apparente e attraversare quel curioso gruppo di persone che, ogni estate, decide di fermarsi esattamente sulla battigia per conversare, creando una barriera umana che sembra comparsa spontaneamente.

Quando raggiungo l'acqua penso che il difficile sia finito. Mi sbaglio. Nel giro di pochi metri incontro chi pratica snorkeling vicino alla riva, chi galleggia immobile parlando con gli amici, chi nuota a rana occupando tutta la corsia immaginaria che evidentemente esiste solo nella sua mente e chi, in perfetto equilibrio su un SUP, avanza con la serenità di chi ignora completamente il traffico marittimo circostante.

Poi, finalmente, succede.

Mi allontano di qualche decina di metri. 

Le voci si attenuano, la musica diventa un brusio indistinto e, per qualche istante, rimangono soltanto il mare, il cielo e il rumore delle onde. 

È in quel momento che mi viene un pensiero tanto semplice quanto ostinato: mi domando quanti, in mezzo a tutto questo, riescano davvero ad accorgersi di essere al mare. 

Perché il mare ha un odore preciso, ma viene quasi coperto da quello delle creme solari, dei doposole al cocco, degli spray protettivi e dei profumi che qualcuno, inspiegabilmente, decide di indossare anche con quaranta gradi. 

Il mare ha un suono preciso, ma deve contendersi lo spazio con altoparlanti, telefonate, richiami dei venditori ambulanti e discussioni sul locale dove andare a fare aperitivo. 

Ha perfino un ritmo tutto suo, lento e regolare, ma sembra che nessuno abbia davvero il tempo di seguirlo.

A volte penso che il mare sia la presenza più silenziosa della spiaggia. 

È lì per tutto il giorno, paziente, mentre noi facciamo di tutto dimenticandoci che siamo venuti proprio per lui!


Continua con – LA SAGRA: UN ESPERIMENTO SOCIALE A CIELO APERTO

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Laura Cocito - PSICOLOGA  

Mindfulness Professional Trainer&Clinical Therapist 

ACT Therapist® 

Iscrizione Albo A Piemonte n.10414

WWW.COCITOLAURAPSICOLOGA.IT